venerdì 26 giugno 2015

Story of a never ending love


Salve, cari lettori!!!

Finalmente, dopo eoni di astinenza, causa clausura pre-tesi, conseguente decesso di vita sociale, euforia post-lauream e faccende varie, torno a scrivere, e con immensa gioia. Quando parlo di astinenza non la intendo in senso figurato, poichè impugnare penna o tastiera per ragioni extra-accademiche è per me una reale dipendenza, e starne lontana per più di un determinato periodo mi suscita un’effettiva crisi.
Molti eventi si sono susseguiti in tale lasso di tempo, molte cose sono accadute e molte ancora sono in corso di svolgimento. Sono stati mesi impegnativi, ma è finalmente col sorriso che posso affacciarmi a quelli alle porte, e accoglierli con una rinnovata e inedita consapevolezza.
Fatto questo preambolo, a mio parere doveroso, veniamo a noi.
Quello che farò oggi sarà un intervento particolarmente sentito, poichè andrà a toccare un tema a me profondamente, assai profondamente a cuore. Una della nozioni principali concernenti la sottoscritta, di cui la gente, amici e non, è primariamente a conoscenza è la mia radicata passione per una delle figure più fulgide del panorama musicale del nostro secolo: Michael Joseph Jackson. Parimenti, una delle domande che mi sono state rivolte più di frequente riguarda le ragioni alla base di tale amore, intatto ormai dalla bellezza di 23 anni. Quest’oggi, in occasione del sesto anniversario del suo congedo dalla vita, vorrei rispondere per la prima volta a tale quesito, premettendo che qualunque cosa possa narrarvi in questo minuto spazio virtuale sarà sempre, incredibilmente riduttiva.
La verità è che la figura di Michael è sempre stata presente nella mia vita, al punto che non ricordo neppure la prima volta che lo vidi, essendo la sua immagine impressa nella mia mente sin da quando ho memoria. Il ricordo più remoto che ne posseggo risale ai miei tre anni, ma so per certo non essere il primo. Ricordo i suoi lunghi capelli neri, all’epoca laccati e riccioluti, i suoi penetranti occhi scuri, i cerotti bianchi che portava alle dita, il cinturone argentato, i pantaloni e la giacca in latex che indossava sul video di Come together, così come la camicia gialla che si strappava nel corso della canzone, togliendomi già allora qualsiasi dubbio sulla mia eterosessualità (qualora non aveste mai visto il video in esame, vi consiglio fortemente di rimediare: https://www.youtube.com/watch?v=WSnORyfmHnM ).
Pur non rammentando il momento preciso del nostro primo “incontro”, so con altrettanta certezza che fu un colpo di fulmine, poichè ho sempre, da sempre, associato alla sua immagine i medesimi sentimenti che mi accompagnarono negli anni a venire. Non erano solo il suo disarmante modo di danzare, la sua singolare voce e le sue travolgenti note, pur essendo la sua arte specchio fedele del suo animo; c’era qualcosa in lui, nell’essere umano celato dietro all’artista, che mi attirava come mai fece nessun altro. Provavo un continuo senso di stupore nell’osservarlo, un misto di meraviglia e ammirazione, nonchè una curiosa familiarità di cui non comprendevo le ragioni. Era diverso, nel senso più incantevole del termine, diverso da chiunque avessi e avrei mai visto, e questo, come le persone fuori dal comune in genere, quelle che i più disprezzano e non comprendono, era per me una calamita senza pari.
Rammento nitidamente le continue delucidazioni che molti adulti amavano fornirmi: “guarda che Michael Jackson non è normale. Dorme in una camera ad ossigeno per non invecchiare” “lo sapevi che ha paura dei germi e non si fa toccare da nessuno?”; “lo sapevi che si è rifatto tutto il viso? Vuole somigliare a una donna”; “lo sapevi che è razzista? Prima era nero, poi si è fatto sbiancare”; “Michael Jackson è molto cattivo coi bambini. Guarda che è stato pure denunciato”, e via dicendo a oltranza. Pur non essendo all’epoca a conoscenza dell’effettiva realtà dei fatti, nessuna delle suddette affermazioni sembrava tangermi in alcun modo. Non v’era alcuna tra tali idiozie, spacciate per informazioni, che riuscissi ad associare a lui, neppure quella apparentemente più evidente, relativa al suo cambiamento cromatico. Ero sicura che vi fosse qualcos’altro, ragioni differenti, assai lungi dalle teorie che mi propinavano, e non mi sorpresi nell’apprendere, negli anni successivi, di non essermi minimamente sbagliata.
Ne approfitto a tal proposito per lanciarvi un’apostrofe: non prendete per oro colato tutto ciò che sentite o vedete in prima pagina; leggete, cercate, documentatevi, SEMPRE. Solo la sete di conoscenza ci consente di assurgere alla medesima, di qualunque natura essa sia. E non cessate mai di impiegare le vostre facoltà di giudizio; esse sono e saranno sempre diverse rispetto a quelle altrui, come ciascuno di noi lo è dagli altri. Dunque non assimilate passivamente la prospettiva di terzi; cercate continuamente di sviluppare la vostra. Chiusa parentesi.


Non mi interessava l’opinione altrui. Ai miei occhi, era l’uomo più incredibile che avessi mai visto. Più lo guardavo, più mi domandavo perchè gli altri non riuscissero a vederlo come lo vedevo io.
Ricordo gli attributi che facevo crescere a mia madre, nel domandarle quotidianamente di fare le trecce ai miei capelli allora a spaghetto, nell’ardente speranza di renderli simili alla chioma riccia di Michael, speranza di norma dissipatasi nel giro di un’ora, tempo che usualmente le mie precarie ciocche ‘80s impiegavano a tornare al proprio consueto piattume. Ricordo lo scialle nero che solevo arrotolarmi attorno al braccio, nel convintissimo tentativo di farlo somigliare ad un guanto del Bad tour, così come la camicia bianca e i pantaloni scuri con due strisce bianche di lato che convinsi madre ad acquistarmi, con cui giravo gasatissima per casa ogniqualvolta mi sparavo Dirty Diana o la videocassetta di Moonwalker, originariamente prestatami da mio zio, ma presto divenuta di mia proprietà per usucapione. Ricordo il fiero senso di onnipotenza che mi pervadeva nell’essere puntualmente proclamata vincitrice delle puerili gare di somiglianza che indicevo coi miei compagni d’infanzia, a cui avevo trasmesso il morbo, per il mero fatto di essere l’unico soggetto alto, magro e coi capelli lunghi e corvini. Suppongo fossi l’unica bambina al mondo che, anzichè desiderare di essere una principessa Disney, desiderava somigliare ad un uomo. Ricordo la falsissima spavalderia con cui, quella solitaria sera del ’95, mandai indietro il video di Thriller per guardarlo una seconda volta, cercando di esorcizzare il fatto di essermi cagata in mano dopo alla prima visione e finendo per peggiorare ulteriormente la situazione. Ricordo i lividi con cui mi maculavo arti e gambe, nel cercare di emularne le coreografie, al pari del senso di figaggine che mi travolse la prima volta che riuscii a fare il moonwalk e, poco dopo, il sidewalk. Ricordo le infinite volte che impallai il video registratore, a forza di stoppare e mandare indietro le immagini, con l’intento di memorizzare minuziosamente i passi di danza di ogni singolo video ed esibizione, quando anni dopo riuscii ad appropriarmi del dvd di History on film. Ricordo inoltre l’angoscia che mi pervase nel ’97, al termine del video di Ghosts, credendo che Michael fosse perito davvero; quando lo vidi sbucare fuori poco dopo, pensai a come mi sarei sentita il giorno in cui sarebbe venuto a mancare realmente. Spero di non saperlo mai, pensai quella sera.
Fu in tale periodo, mentre un giorno tessevo amorevolmente le lodi di Michael durante uno dei suoi short films, che mia madre mi folgorò con la sua stupefacente osservazione:
- Sai Shirin, in realtà io e te lo abbiamo incrociato, Michael Jackson. Due anni fa, quando eravamo in macchina cogli zii a Los Angeles. Una lunghissima limousine nera si fermò casualmente accanto a noi ad un semaforo, quando qualcuno  abbassò leggermente il finestrino dal sedile posteriore. Era lui! Tutti quanti lo salutammo come dei forsennati e poco dopo ci salutò anche lui da dietro gli occhiali da sole, prima che il semaforo diventasse verde e ripartisse. Tu purtroppo dormivi e, nonostante ti abbia chiamata più volte, non ti sei svegliata.

Per qualche secondo rischiai una sincope. Impiegai qualche istante, prima di trovare la lucidità per rispondere.

- …Mi stai prendendo in giro?
- No amore, giuro! Lo abbiamo pure seguito, sai? Abbiamo fatto il giro da fuori di tutta casa sua. Mamma mia, quanto era grande! Sembrava una città. Poi siamo tornati a casa.
- Ma non potevi tirarmi un ceffone????
- Shir, ti ho chiamata un sacco di volte! Dormivi tutta beata, non sembravi molto interessata.  

Non potevo crederci. L’uomo su cui fantasticavo ogni singolo giorno della mia breve esistenza era passato accanto a me. Michael mi era passato davanti, ed io dormivo, come una perfetta deficiente. Dormivo, nel momento più fottutamente importante della mia vita, che non avrei mai più avuto indietro. Quel giorno, dopo essermi maledetta all’infinito, cercai di vedere il lato positivo della faccenda, ossia che anche qualora lo avessi visto, non sarei stata in grado di proferire un’acca. In quel momento presi dunque un’impegno: promisi a me stessa che avrei imparato l’inglese alla perfezione, a qualsiasi costo, affinchè alla prossima occasione potessi esprimermi dinanzi a Michael nel migliore dei modi, senza problemi e senza alcuna barriera linguistica.
Contro ogni più assurda previsione, Michael morì dodici anni dopo, poche settimane prima che potessi recarmi a Londra a coronare il mio sogno, ma io mantenni la mia promessa. Ascoltavo e traducevo quotidianamente canzoni e interviste col vocabolario di fianco, guardavo video e discorsi di premiazione ad oltranza, con lo scopo di arrivare a carpirne contenuto, accenti, cadenze e battute. Durante il quadriennio del processo (2003-2006), scaricavo regolarmente articoli e documenti processuali puntualmente indisponibili in lingua italiana, passando interi pomeriggi a tentare di tradurli parola per parola, senza alcun ausilio esterno, non avendo quasi mai disposto di docenti particolarmente competenti in materia. Nel giro di alcuni anni, giunsi a comprendere appieno, senza alcuna consultazione, il 90% di ciò che mi accingevo a leggere o ascoltare. Ho sostanzialmente imparato, grazie a Michael, un’intera lingua in completa autonomia, ed è esclusivamente a questo che devo la mia partecipazione ai vari progetti che hanno colmato questo mio ultimo anno accademico.


Nel corso della mia prima adolescenza accantonai la mia passione temporaneamente, per poi riappropriarmene durante i miei 13 anni, stavolta a tempo indeterminato. Se da bambina era del suo lato “surreale” che mi ero invaghita, dell’entertainer sorprendente e abbacinante, della figura brillante e singolare, poi fu dei suoi caratteri tipicamente umani, quelli che cominciai gradualmente a conoscere, che mi innamorai. Scoprii un uomo timido e insicuro, ma al contempo un lavoratore zelante e lungimirante, un uomo profondamente intelligente, eppure incredibilmente ingenuo. Scoprii un uomo segnato dai propri traumi e trafitto dalla perfidia altrui, eppure colmo di speranza e filantropia. Un uomo circondato di persone, eppure incredibilmente solo. Scoprii la sua abbagliante forza di volontà, la regale dignità con cui tollerava a testa alta le sferzate più subdole e meschine. Scoprii il coraggio con cui affrontava i dolori più lancinanti, e parimenti la sua fragilità e le sue profonde cicatrici. Scoprii la sua disarmante umiltà, il suo pacato garbo e il rispetto che dispensava a chiunque e qualunque cosa lo circondasse. Scoprii il mesto bambino che si poteva ancora scorgere dietro all’adulto incompleto, che ahimè molti non vedevano, nonchè i suoi disperati tentativi di tutelarlo. Scoprii un uomo la cui ricchezza d’animo superava inestimabilmente quella terrena, di cui non concepiva l’utilità, se non condividendola con chi ne avesse necessità. Scoprii la sua pura spontaneità, il suo sentito senso di gratitudine, il suo umorismo e la sua incessante curiosità. Scoprii la lodevole perseveranza e l’ardore con cui inseguiva i propri sogni, insegnandomi inconsapevolmente a fare altrettanto. Ma più di ogni altra cosa, scoprii la sua incantenvole sensibilità, quella che mai ebbe timore di mostrare al mondo, quella che io per anni avevo tenuto nascosta, non avendo nessuno con cui condividerla. Michael fu il primo. Il primo individuo sulla faccia della Terra a non farmi sentire sola, pur nella concreta lontananza.
A lui devo più di quanto avrei mai potuto immaginare; senza ombra di dubbio, buona parte di ciò che so e di ciò che sono oggi.
Non v’è  termine umano che sappia mai esprimere ciò che quest’uomo è ed è stato per me, nonchè quanto inconcepibilmente abbia cambiato la mia vita. Tuttavia ti prometto, mio dolce, dolcissimo Michael, così come diciassette anni fa feci quella promessa a me medesima, che un giorno troverò il modo di pagare il mio debito. Un dì, assai meno lontano di quanto possa sembrare, giuro che renderò allo straordinario essere umano che sei stato un omaggio degno di tale nome, imperituro come il dono che tu hai fatto a me.

“I’ll never let you part. For you’re always in my heart”.
I love you, I'll always do.

domenica 1 marzo 2015

50 shades of gay


Buondì, cari lettori!

Dopo un periodo piuttosto intenso, finalmente trovo il tempo di impugnare nuovamente la tastiera e di arricchire gli scaffali di questo minuto spazio virtuale. Ho covato a lungo l’intervento di oggi, un po’ per questioni temporali, un po’ al fine di giungere a disporre di tutti gli strumenti necessari alla sua corretta stesura, essendo io dell’opinione che occorre sempre conoscere a fondo ciò di cui ci si accinge a favellare, anche e soprattutto quando si tratta di capienti minchiate.
Credo che la radice dell’ultimo termine, volontariamente impiegato, sia l’idoneo incipit all’argomento di cui ci occuperemo oggi, vale a dire il “fenomeno”  letterario, ahimè ora anche cinematografico, che ormai da qualche anno scuote buona parte del web, nonchè le fantasie di una larga percentuale di esponenti del gentil sesso: 50 sfumature di grigio.
Chiedo anticipatamente venia per le digressioni e i flussi di coscienza a cui spontaneamente mi abbandonerò, talvolta. Ho così tanto da dire a riguardo, che fatico a stabilire un ordine espositivo, lo giuro.
Vediamo di partire dal principio: l’opera nasce dall’impietosa penna di Erika Leonard, alias E.L.James, originariamente come una serie di fan fiction di Twilight, che dunque vedeva come protagonisti i personaggi di tale narrazione, ovvero Edward Cullen e Bella Swan. In breve tempo, sono passata dal domandarmi cosa spingesse una donna di mezza età a spararsi l’intera saga di Twilight (a tal proposito, non trovate curioso come il termine saga ricordi inesorabilmente il termine sega? “Coincidenze? Io non credo”), a carezzare l’ipotesi della promozione di uno studio sociologico su cosa porti esattamente costoro a scrivervi persino fan fiction, come se l’opus magnum della signora Meyer non fosse già di per sè sufficiente. 
Fan fiction. Dio Cristo.
Dopo alle critiche suscitate dal contenuto sessualmente esplicito di tali racconti, mrs. Leonard decise di mutare gli epiteti dei personaggi e di riscrivere la storia dal principio, pubblicandola sul proprio sito, fin quando un provvidenziale giorno decise che cotanto talento dovesse essere condiviso col mondo in forma cartacea.
Una volta sentii un saggio indiano, di cui non rammento il nome, affermare che fosse in grado di avvertire il dolore degli alberi, ogniqualvolta toccava un pezzo di carta; quando terminai l’ultima pagina del romanzo, pensai che tanta cellulosa sacrificata invano gli avrebbe probabilmente procurato un ictus.
Ad ogni modo sì, ho letto il decantato liber, recatomi in dono qualche anno orsono, anche perchè in caso opposto non sarei stata qui a parlarne. Trovo infatti ridicolo, citando quanto ho affermato più volte sul web, giudicare un libro senza averne fatto esperienza, ragion per la quale non pregiudico mai nulla, neppure gli aborti letterari latenti, che attendo di aver letto in prima persona, prima di definire defecate a prescindere. L’unico fenomeno odierno che non sono stata in grado di leggere è Moccia; ci ho provato, ve lo assicuro, ma dopo due pagine emmezzo, appurato di non trovarmi nella sezione bambini, ho dovuto riporlo sullo scaffale e congedarlo a tempo indeterminato.
Tornando a noi, la storia è tra le più celebri e reiterate del panorama letterario: la fanciulla sfigata e impedita, che per qualche ignota ragione attizza l’Alain Delon di turno, bello da far paura e ricco da fare schifo. Nel leggere i primi capitoli, conscia del fatto che ne sarebbe presto scaturita una trasposizione cinematografica, non potei fare a meno di pensare che nessuno avrebbe potuto incarnare il signor Grey meglio di Ian Somerhalder, presto effettivamente inserito nella lista dei candidati alla parte. Sapete, non sono mai stata una grande amante degli uomini dagli occhi chiari, ma vi garantisco che qualora dovessi ritrovare un individuo del genere sulla mia soglia, con un opuscolo tra le mani, potrei seriamente pensare di unirmi a Geova.


Parimenti, ero discretamente favorevole anche all’assunzione del bel Matt Bomer per il tanto conteso ruolo (http://www.sfizioserietv.it/wp-content/uploads/2014/08/matt-bomer.jpg che dire…che dire). Nonostante molti credessero che il suo orientamento sessuale rendesse la sua interpretazione poco credibile, resto dell’opinione che il buon Bomer non si sarebbe fatto molti problemi nel vestire i panni del signor Grey, e di certo non me ne sarei fatta io nel vederlo svestire i propri.
Fatto sta che, al termine dei giochi, il posto sia spettato a Jamie Dornan, gran tocco di figo, per carità, ma a mio parere poco consono alla parte (linciatemi pure, se volete). Quanto ad Anastasia Steele, di cui a dire il vero non mi importava granchè, quest’ultima è invece andata alla giovane Dakota Johnson, della cui esistenza, onestamente, non ero neppure al corrente. Non mi esprimerò sul film, che ho visto in streaming qualche sera fa, e che spero concorderete con me nel ritenere che si commenti da solo. Solo un’osservazione, se mi è concessa, relativa a questioni meramente tecniche; una delle più celebri citazioni del libro è la fine ed alta affermazione di Grey, in cui spiega garbatamente: “Io non faccio l’amore. Io fotto…senza pietà.” (originariamente “I don’t make love. I fuck…hard”). Non è una traduzione letterale, ma ovviamente è quella più consona, che meglio esprime il senso della frase, ed è sovente a queste scelte semantiche che occorre ancorarsi per ottenere lo stesso effetto della versione originale. Mi aspettavo, dunque, le medesime parole in quella cinematografica, se non fosse che di colpo il bel Dornan se ne sia uscito con: “Io scopo…forte.”

GELO.

Ok, ok, fermi tutti.
Lo ha detto sul serio? Lui scopa…forte?
…FORTE??
Un po’ come se traducessi “if I was in your shoes, I would catch the bus earlier” con “se fossi nelle tue scarpe, catturerei l’autobus prima”. Sarò anche una grammar nazi, ma sfiderei ciascuno di voi ad apostrofare la vostra partner, invitandola a “scopare forte”, e a non concludere la vostra serata con un solitario.
Chiusa questa parentesi, passiamo ora al punto successivo: i personaggi.
Non avendo mai nutrito grande simpatia per le figure beote e smidollate, potrete immaginare quale immensa simpatia mi abbia unita, sin dalle prime pagine, a miss Steele. Cominciai con qualche perplessità sul suo quoziente intellettivo, per poi imprecare mentalmente ogni due righe contro le sue azioni prive di fondamento, fino a giungere a sperare fortemente che rimanesse secca durante uno dei giochi tanto cari al signor Grey. Quanto a quest’ultimo, in luogo della sua potenziale sottomessa, prima di farmi scartare gli attributi ventiquattr’ore al giorno, avrei suggerito al minuzioso e meticoloso mr. Controllo di gettare un’occhiata all’art. 612 bis del codice penale, recante la simpatica disciplina degli atti persecutori, per gli amici stalking.
Al di là della discutibile trama, non credo sia necessario soffermarci sullo stile narrativo, nè tantomeno sul mio sconcerto nell’apprendere che l’autrice, le cui doti di stesura avrei attribuito al massimo a una ventenne, fosse prossima ai cinquanta. 
Vorrei piuttosto far notare un dettaglio più volte evidenziato dalla comunità virtuale e perennemente ignorato dai media: QUEL RACCONTO NON HA NULLA DI SADOMASO. Un paio di sculacciate e qualche colpo di frusta non relegano un rapporto nel BDSM, che è ben altro da ciò che gli articoli di Donna moderna e Cosmopolitan amano farvi credere. A connotare un rapporto di tale natura è la consensualità e il fatto che tutti i soggetti coinvolti, dominante (dom) e sottomessa/e/i (sub) traggano piacere dalle pratiche effettuate; non è necessario convincere quest’ultima/o ad essere tale, presentandola ai propri ascendenti dopo due settimane di relazione e comprandole un mac, una macchina e un nuovo guardaroba, dopo una misera chiavata. Che poi avrei voluto vedere se la pia Anastasia si sarebbe fatta legare come un provolone Auricchio, qualora il carismatico e intrigante signor Grey fosse stato un commesso della Subway. 
Come inoltre osservato dal celebre maestro bondage Davide La Greca, “Anastasia ubbidisce per amore. Una cosa del tutto sbagliata. Faccio ciò che mi chiede il dom, mi faccio frustare, marchiare (…), ma solo per tenermelo stretto”; non è questo, invece, che anima i rapporti di tale matrice. L’unico aspetto narrato nel libro effettivamente conforme alla realtà dei fatti è il contratto tra dom e sub, con cui si stabilisce cosa si è e ciò che non si è disposti a fare, la safeword, mediante la quale è possible interrompere il gioco in qualsiasi momento, nonchè che il tutto rientri nella fondamentale formula dell’SSC (Safe, Sane, Consensual).
Nel caso in cui ve lo steste chiedendo, anch’io mi domando quale piacere si provi nell’essere volontariamente seviziati e annodati come una porchetta, ma alla fine de gustibus. D’altronde, come diceva De Sade, “se si ama il proprio dolore, esso diviene voluttà”.

Qualora qualcuno di voi fosse di parere opposto rispetto alla sottoscritta, e avesse dunque apprezzato l'opera della Leonard (per il cui successo sono assai felice a livello umano, ma di certo non professionale) e la relativa rappresentazione visiva, suggerirei il suo degno predecessore cinematografico, Killing me softly, di Chen Kaige. A dire il vero, lo consiglierei anche a tutti gli altri, dal momento che, nonostante l'intreccio tenda a stimolare la diuresi, le scene di sesso sono degne di nota, almeno quanto i nudi, ahimè solo posteriori, di Joseph Fiennes.
Vorrei concludere con un finale ad effetto, ma la verità è che il mio stomaco brontola e il mio baghali polo non si scalderà certo da solo. A tal proposito, vi inviterei a cercare su google di quale meraviglia sto parlando, nel caso in cui non doveste esserne a conoscenza. 

Buon pranzo, egregi.

mercoledì 24 dicembre 2014

Jingle bells


Come ogni anno eccoci qui, immersi nelle festività natalizie, presi a domandarci cosa recare in dono a questo, cosa farcene del consueto presente inutile di quello, come passare il 31, in attesa di qualche svolta dell’ultimo minuto, ma soprattutto come evitare di condurre il già magro portafoglio a sfiorare l’anoressia.
Sovente, in tale periodo dell’anno, buona parte degli individui tende a scindersi in due opposte fazioni. Da un lato abbiamo i grinch, coloro che ripudiano il Natale, o per determinati traumi passati, o per la profonda convinzione priva di fondamento che molti serbano, secondo cui odiare ciò che i più amano contribuisca a corroborare il proprio alone di figaggine, sempre ammesso che taluni ne abbiano mai avuto uno, o semplicemente perché gli sta sulle palle. Ci può stare, dai. Essendo più volte capitato che certi soggetti mi stessero a pelle sulle palle (che splendida allitterazione), non mi sento di condannare chi avverte tale sentore verso un particolare evento dell’anno. Mentre costoro tentano di frenare i propri istinti piromani di fronte a tutti gli abeti decorati che si trovano dinanzi, d’altro canto vi sono i natalofili, alias coloro che darebbero via un rene pur di estendere il periodo natalizio a tutto gennaio, febbraio, marzo, e perché no ad aprile. Il natalofilo intraprende la propria briosa campagna di esultanza il primo dicembre, rievocando la propria maglia in lana tempestata di cuciture a forma di renne e fiocchi di neve, che indosserà fino a febbraio inoltrato, riesumando, come da tradizione, l’albero finto dal garage, addobbato a dovere mentre intona l’immancabile compilation natalizia, saltellando come un’antilope dopata sulle note di Bobby Helms una volta terminato, e cominciando, colmo di letizia, un conto alla rovescia al fatidico 25. Il natalofilo  non offre la propria euforia, LA IMPONE a chi lo circonda, a maggior ragione se il povero malcapitato dovesse appartenere alla prima categoria. L’ipotesi in cui all’interno della medesima famiglia dovessero coesistere membri di entrambi gli ordini è a dir poco spettacolare; ho assistito coi miei stessi occhi alla sognante giocondità di madri intente a maneggiare variopinte palle di Natale, e al parallelo supplizio dei figli, che in religioso silenzio demolivano le proprie.


Quanto alla sottoscritta, definirei la mia di posizione un po’ più equilibrata. Da non cristiana, non ho mai avvertito in alcun modo la spiritualità del Natale, ma è innegabile come sotto le feste l’aria sia impregnata di una palpabile magia, che personalmente adoro. Quindi sì, sono una fan del Noël, pur non girando con un cappellino rosso dal primo al trentuno, con un perenne sorriso da orecchio a orecchio. Mi limito ad assumere tali vesti solo il 25. 
Dopo aver trovato le forze di abbandonare la coperta zebrata in pile ed aver fatto colazione con pandoro e cappuccino, avvio la mia amata playlist natalizia, che di norma fa da sottofondo a buona parte della giornata; Drifters, Brenda Lee, Darlene Love, Elvis Presley e un buon 90% delle colonne sonore di “Mamma ho perso/riperso l’aereo”. A proposito, NON E’ MAI NATALE SENZA MAMMA HO PERSO L’AEREO, non a casa mia. In fin dei conti, tutti noi ci accorgiamo del sopraggiungere del suddetto giorno anche dalla reiterata prassi televisiva di trasmettere le vicende di Kevin McCallister, “Miracolo sulla 34° strada”, “Una poltrona per due” e compagnia bella (ma poi sono l’unica a non aver mai visto “Una poltrona per due”? Quest’anno vorrei rimediare). Ogni volta, oltretutto, le mie radicate speranze che i signori Parenti e Vanzina mi concedano la grazia, astenendosi dall’impugnare la cinepresa, si rivelano vane, ma in cuor mio non demordo.
Come larga parte di voi, anch’io ho effettuato una toccata e fuga alle fiere natalizie (non ai meracatini, tuttavia), quelle in cui ti vendono al doppio del prezzo articoli che potresti tranquillamente ritrovare al mercatino del sabato. Come di consueto, ho tentato di celare al meglio delle mie capacità l’abituale misantropia che mi pervade ogniqualvolta mi ritrovo in un ingorgo dalla durata variabile di 5-10 minuti, causato dal torrente umano tipico di questo genere di eventi, a cui ogni anno mi prometto di non prendere più parte ma a cui puntualmente mi lascio trascinare dall’entusiasmo e da un’immotivata fiducia nel prossimo. Parimenti ho preservato lodevolmente la mia larga pazienza, nel frenare spinte sadiche e istinti omicidi dinanzi alle gentildonne che, come consuetudine, trattenevano alla cassa i negozianti, i cui attributi strusciavano a terra già da un’abbondante mezzora, con i propri indispensabili quesiti, incuranti della chilometrica fila alle proprie spalle, nonché del latente rischio di linciaggio ad opera del signore in andropausa immediatamente successivo, che nell’attesa del proprio turno avrebbe probabilmente potuto redigere una nuova edizione del Decameron. 
Le mie visite alle fiere, nondimeno, non si rivelano mai totalmente inutili; come ogni anno, ho avuto modo di congedare tutta la mia dignità presso gli immancabili stand gastronomici meridionali, abbandonandomi ad orgasmi multipli nell’addentare sublimi e pesantissimi arancini e assurgendo alla wirkliche form hegeliana nel portarmi a casa due buste stracolme di prodotti calabro-pugliesi. Che Dio ti benedica sempre, o divina Terronia.     
Nel chiudere questo intervento, rivolgo i miei più sinceri auguri a voi, cari lettori, perché possiate avere un sereno Santo Natale nella gloria di Jesus se cristiani, e perché possiate abbuffarvi e stare in compagnia come la sottoscritta, se laici. In ogni caso, in questi ultimi dì tra i propositi che usualmente si annoverano per l’anno a venire non dimenticate i più importanti, che sovente vengono sottointesi, eppure lasciati alla dimenticanza: amatevi e siate felici, per quanto alle volte la vita tenti in ogni modo di impedirvelo. Amatevi e siate felici.

With love,
Shirin


venerdì 12 dicembre 2014

Music and me



Buondì, cari lettori.
Quest’oggi accantonerò occasionalmente il sarcasmo per occuparmi di un tema a me da sempre particolarmente a cuore: la musica, o meglio il mio rapporto con essa. Sovente mi sono sentita domandare quale fosse la causa della mia radicata musicodipendenza, quali i motivi che mi legano così visceralmente alla stessa e per i quali non v’è frammento fra i miei ricordi che sia privo di colonna sonora. Ebbene, per comprendere appieno, suppongo sia necessario partire dal principio.
La ragione per cui ho impiegato l’espressione “da sempre” risiede nel fatto che, sin da quando ho memoria, essa ha svolto un ruolo centrale nella mia vita, prima ancora della scrittura e di tutto ciò che l’ha illuminata negli anni a venire. Poiché prima di apprendere a leggere e scrivere, sono stata istruita a suonare. Taluni potranno stupirsi dinnanzi alla decisione di introdurre una bambina di appena tre anni allo studio di uno strumento musicale; l’origine di ciò potrà esservi più chiara facendo ingresso, assieme a me, nei meandri del cosiddetto metodo Suzuki.
Shinichi Suzuki (1898-1998), violinista giapponese di profondo spessore morale, coniò il metodo nel corso del ‘900 sulla base delle teorie educative pedagogiche di Maria Montessori e Jean Piaget, le quali riponevano ampia fiducia, nonché un forte accento sulle capacità intellettive puerili e sulla necessità di investire sulle stesse. Il sistema di Suzuki partiva da un saldo postulato, totalmente opposto a buona parte delle dottrine precedenti: ogni bambino sulla faccia della Terra nasce con del talento; sarà poi l’ambiente in cui eplicherà la propria esistenza a consentirgli di coltivarlo, e dunque svilupparlo, o meno. Alla luce di ciò, la creazione di un contesto favorevole all’apprendimento è fondamentale, e prima verrà realizzato, più incisivi saranno i suoi effetti.
Suzuki credeva profondamente nella forza educativa e benefica della musica, che essa potesse plasmare nobili individui, osservando inoltre che “le corde non hanno anima, esse vivono attraverso quella di chi le fa vibrare”. Ho sempre una lieve commozione, ogniqualvolta leggo questa frase. Lo scopo del maestro era ben definito: « Voglio creare bravi cittadini. Se un bambino ascolta buona musica dal giorno della sua nascita ed impara a suonarla da solo, allora svilupperà sensibilità, disciplina e pazienza. Ed otterrà uno splendido cuore.» 
Ciò che ad egli premeva non era dunque l'esortazione allo studio, o l'apprendimento della tecnica; si trattava di un'educazione globale.



Differentemente rispetto al metodo tradizionale, in quello tracciato da Suzuki è l'ascolto a precedere l'atto del suonare. Osservando come l'emulazione fosse alla base dei processi di assimilazione dei primi anni di vita, il maestro constatò che così come un bambino apprende l'uso della parola ascoltando e ripetendo continuamente quanto proferito dai genitori, analogamente può appropriarsi del linguaggio musicale, ascoltando e ripetendo una reiterata nota, un ritmo e infine una melodia, propostagli dall'insegnante e replicata dai genitori nel corso della giornata, fino ad un totale assorbimento.
Era esattamente questo il modus operandi della mia insegnante, anch'ella di origine nipponica e piuttosto avanti con l'età. "Io insegno lei, lei insegna Dìrin"- diceva sempre a mia madre. Passava interi pomeriggi a propinarmi gli stessi identici suoni, poi ripetutimi altrettante volte dai miei una volta rincasati, mentre io, nella mia piena vivacità infantile, zompettavo qua e là nella sua graziosa dimora, mutilando tutti i soprammobili a portata di mano. Probabilmente nel rompere quelle splendide statuette in porcellana, le mandavo in frantumi anche i nervi e i coglioni, eppure la signora Murata non perse mai la sua proverbiale pazienza, nemmeno una volta, e parimenti non cessò mai di insegnarmi a svilupparla a mia volta. Ogni giorno avvertivo quei teneri rumori sempre più familiari e quelle note sempre più prossime al mio cuore, ma più d'ogni altra cosa scoprivo sempre più a fondo la straordinaria natura di quella fidata amica, la musica, di cui mi ritrovai a non poter più fare a meno, proprio come si auspicava il lungimirante Suzuki. In maniera totalmente impercettibile, imparai a rispettare la disciplina, imparai la compostezza, la perseveranza e la pazienza. Che la più eccelsa rilevanza non l'aveva il risultato, bensì il cammino che mi conduceva allo stesso. Imparai a percorrerlo con volontà e determinazione, senza perdere mai l'ardore. Imparai a suonare, in definitiva, pur senza saper leggere uno spartito. 
Negli anni successivi, insegnanti calcolatori e privi di passione lesero in parte il mio rapporto col pianoforte, allontanandoci l'uno dall'altra, senza tuttavia riuscire ad intaccare in alcuna maniera le basi su cui tale relazione era nata. Quando ne ebbi a sufficienza e decisi di proseguire da autodidatta, mi ritrovai con ingenti lacune tecniche che fu proprio l'udito a compensare.
Al di là di ciò, nonchè dei benefici cognitivo-cerebrali che, secondo recenti ricerche (Nina Kraus, Northwestern University, Chicago)  lo studio musicale precoce comporterebbe, debbo molto più di quanto avrei mai potuto immaginare al signor Suzuki, tra cui senza dubbio parte di ciò che sono oggi.
Vorrei concludere con una splendida citazione dello stesso, che tra le molteplici proferite nel corso della sua duratura parabola di vita, meglio racchiude l’essenza del suo sogno imperituro: “che la musica renda l’uomo migliore, porti la pace e la gioia di vivere”.

venerdì 5 dicembre 2014

Prosopagnosia portami via


Sin dalla mia infanzia, uno dei tratti fondamentali della mia persona è sempre stato lo stesso: la persistenza di una memoria ferrea per i dettagli. A tale curiosa dote, se proprio così vogliamo chiamarla, si è tuttavia da sempre accompagnata un’inconciliabile gemella di ignoto ascendente, vale a dire una memoria a breve termine per le cose più rilevanti o le ovvietà, di norma dovuta a mera distrazione. Se da un lato ricordo perfettamente il cardigan rosso con due strisce bianche attorno ai bottoni, che indossavo il mio primo giorno di scuola sopra al grembiule, dall’altro non ho la minima idea di dove si sia nascosto il burrocacao che ho adoperato la bellezza di cinque minuti fa (perché sono sempre gli oggetti a celarsi da noi, si intende). Se da un canto ricordo a memoria i primi 24 versi del primo canto dell’Inferno dantesco, studiati in prima media, e la ridicola filastrocca americana che mi insegnò mia cugina quando avevo sette anni, dall’altro non ricordo minimamente la data di inizio del secondo conflitto mondiale, iniettatami continuamente negli anni scolastici e quotidianamente in quelli universitari, né tantomeno la raccomandazione telefonica di mia madre di pochi secondi fa. Inutile precisare, alla luce di ciò, il mio consueto abuso della funzione “promemoria” del cellulare. God bless technology, non lo dirò mai abbastanza.
Alla discutibile utilità del rammentare senza riserve la scritta in strass stampata sulla maglietta che sfoggiavi la sera di capodanno nel 2002 ma non ciò che indossavi ieri, si accompagna un ulteriore mirabolante elemento: la radicata difficoltà di registrare un volto nuovo.
Avendo in questi anni constatato, con copioso conforto, come il suddetto sia un problema particolarmente diffuso, ho voluto qui riportare la mia esperienza affinchè funga da exemplum a coloro che patiscono le medesime pene ivi esplicate, ma soprattutto perché in futuro, cari lettori smemorati, possiate sentirvi meno soli nelle vostre figuras minchiae.
Partiamo dal principio; dopo la stretta di mano, il mio cervello attiva automaticamente il pulsante reset, senza tuttavia ritrovare i dati salvati, una volta riavviato il sistema. A meno che non si tratti di un nome straniero o di facile portata mnemonica, la bella Monica, dopo pochi istanti, per me potrebbe tranquillamente chiamarsi Asdrubale.
Parimenti, salvo che abbia già visto più volte un determinato individuo o che abbia qualche peculiare caratteristica in grado di ancorarsi alla mia mente (e non parlo necessariamente di una chioma verde pisello o di un teschio rockabilly tatuato sullo zigomo), ho de sempre ingenti difficoltà nel memorizzare una novella fisionomia. Nonostante il beato facebook abbia in parte attenuato le figur’emmerd facilmente scaturibili dal problema in esame, talune circostanze permangono tuttora inesorabili. Considerando oltretutto che, per qualche ragione, il mio è uno di quei volti che pare rimanga facilmente impresso a buona parte dei miei occasionali interlocutori, vi lascio immaginare come i disguidi in tale ambito tendano, nel mio caso, a moltiplicarsi. Se a ciò aggiungete anche una marcata incapacità di mentire/assumere facce da culo quando necessario, potrete vagamente figurarvi lo spessore dell’imbarazzo sotteso alle situazioni di cui sovente la sottoscritta si ritrova protagonista. Lo stesso non si può certamente dire di mio padre, gene responsabile del mio connotato anzidetto, che una volta ho visto salutare un cordiale messere venutogli incontro con reiterati “carissimo! Tutto bene? La famiglia come sta?”, abbandonandosi a dieci abbondanti minuti di animata conversazione, per poi voltarsi verso di me e domandare sottovoce, una volta effettuati i congedi: “Shirin, ma…chi cazzo era?”


Tutti noi, almeno una volta, siamo stati erroneamente etichettati come maleducati per non aver rivolto il saluto a soggetti che ignoravamo totalmente di aver conosciuto in qualche precedente occasione, o per non aver risposto a quello a noi offerto da questi ultimi, ignari del fatto di esserne i destinatari. Analogamente siamo stati talvolta richiamati da esplicite apostrofi, cui normalmente, dopo il saluto di risposta, seguito da un’inequivocabile espressione perplessa, il nostro conoscente sconosciuto ci ha dischiuso la propria identità. Del tipo: 
- Sai sono Carlo, l’amico di Marco, ci siamo conosciuti tre mesi fa al compleanno di Antonio, ti ricordi?
Al che tenti in ogni modo di reprimere un istintivo: “Figlio mio, non ricordo neanche che ho mangiato ieri a cena, figurati chi ha attaccato bottone novanta giorni fa”, limitandoti ad un’osservazione sulle tue scarse virtù fisionomiste.
Fino a pochi anni orsono credevo di essere io quella messa male, ma debbo ringraziare il Cielo per avermi concesso di constatare come ci sia sempre, sempre qualcheduno messo peggio.
L’occasione si profilò nel lontano 2007, quando un certo kattivissimo@qualcosa.it (sì esatto, KATTIVISSIMO) mi aggiunse a buffo su messenger, invitandomi, dopo pochi scambi di battute, a scoprire dal vivo, presso la sua dimora, le ragioni del suo nick. Dopo averlo a mia volta invitato a sfogare la propria ferocia in solitudine, ci accomiatammo, ahimè non definitivamente, per poi ritrovarci qualche giorno dopo, in una nuova conversazione virtuale da lui intrapresa, con un copione piuttosto simile al precedente. Dopo avergli fatto notare che quello non fosse disgraziatamente il nostro primo colloquio, il nostro Rocco wannabe di colpo si allarmò, scambiandomi per una fanciulla con cui si era sollazzato qualche sera prima.
- Vorresti dire che io e te…io e te abbiamo…l’altra sera? Ti chiedo scusa…
- No guarda, non…
- Ti chiedo infinitamente scusa, proprio non ricordo.
- Ma guarda che…
- Non è una cosa personale, magari è stato bellissimo, è che non riesco a ricordarmi di tutte. Ricordo un bel momento, un bel corpo, ma le persone con cui l’ho passato proprio no…Poi sai, di notte è ancora più difficile...
- Si ma..
- Se vuoi però posso farmi perdonare. Sono molto bravo in questo…puoi usare manette, frusta, tutto quello che desideri…

A pensarci oggi, avrei dovuto proporre una ghigliottina pubica. Sarà per la prossima volta.

mercoledì 12 novembre 2014

La dignità delle senzatette



Signori, ma soprattutto signore, questo è l’intervento che mi tengo dentro da una vita, ed è dedicato a tutte voi nobili fanciulle che almeno una volta nella vostra, sentendo un uomo affermare che se avesse avuto le tette, sarebbe stato tutto il giorno a toccarsele, avete spontaneamente pensato “anch’io”.
Perchè senzatette si nasce, in casi come i nostri si vive, e normalmente si prende congedo dall’universo; ciò che desidero fare, in queste righe, è condividere con le medesime lo stile di vita che da tempo ci accomuna nella fase intermedia e mostrare al mondo come noi, fedeli membre dell’OIP (Organizzazione Internazionale del Piattume) esplichiamo lo stesso.
Partiamo da una considerazione basilare: la “senzatettitudine” non è un fenomeno sociale, bensì una condizione umana, e il fatto che l’epiteto di coloro che condividono tale stato esistenziale ricordi semanticamente il termine “senzatetto” non deve affatto suggerirne una natura mesta e insoddisfatta, anzi! Credo che tale sia piuttosto la condicio dei senzapalle, poichè mentre per passare da una prima a una terza bastano due protesi, per colmare vuoti di carattere non c’è Roy De Vita che tenga. 
Ma torniamo a noi. Partiamo dal principio: gli anni infantili.
Prima di raggiungere le due cifre, le mie più grandi aspirazioni nella vita erano tre: diventare Batman, sposare Michael Jackson e avere le tette. Ogniqualvolta mi accingevo a disegnare un soggetto di sesso femminile, che usualmente portava un volto molto simile al mio, partivo sempre dalla scollatura, che mostrava puntualmente una quarta di reggiseno. Inutile narrarvi come le proporzioni dei miei autoritratti siano sensibilmente mutate, dalla mia adolescenza in su.
Non v’era volta in cui, sfogliando cataloghi di intimo o guardando le vampire di Dracula morto e contento, non pensassi “vedrai, un giorno anche noi avremo quelle bocce”. Beato ottimismo puerile. Ricordo che una sera al ristorante socializzai con una prostituta, la quale sedeva sola su un tavolo per due, in attesa di un gentiluomo che le offrisse la cena e la portasse con sè. Indossava una pelliccia ecologica nera, una maglietta leopardata che poco lasciava all’immaginazione, ed una vistosa collana in strass. Da brava amante della sobrietà quale sono, il trio luccicchio-leopardo-rossetto rosso era una calamita irrefrenabile per mini-me, e non esitai un secondo al suo affettuoso invito ad avvicinarmi. Quando le dissi che mi piaceva il suo profumo, me ne donò qualche spruzzo, e parimenti, quando notò la meraviglia con cui fissavo la sua scollatura perfetta, gemella a quelle delle donnine dalla discutibile pudicizia che tanto amavo disegnare, mi invitò a toccarla. Rammento di averle anche detto, in preda alla contemplazione, che da grande sarei voluta diventare proprio come lei, la quale scoppiò a ridere e, carezzandomi il capo, disse “spero proprio di no, amore”. Mi ci volle qualche anno per capire le ragioni dell’ultima osservazione.


Veniamo allo step successivo: l’adolescenza, ovvero la fase del disincanto.
Questi sono gli anni in cui la trasognata speme si dissipa progressivamente dinanzi all’arido vero. Gli anni in cui la proverbiale discrezione di molte compagne le spinge continuamente a domandarti negli spogliatoi “oh, ma a te è venuto il ciclo??”, non essendovi, al di là dell’altezza e del posteriore, alcuna evidenza sotto la maglietta a testimoniarlo. Gli anni in cui i parenti giunti in visita dall’estero raccolgono i pezzi del proprio cuore in frantumi, constatata verbalmente l’evidenza che nelle dozzine di taglie M acquistate e portateti in dono ci sguazzeresti. “Ma Shirin joon (termine di cortesia o affettivo, letteralmente “caro/a”, che usualmente in farsi accompagna un nome proprio), credevo che con la pubertà le avresti riempite! Non pensavo che non ti sarebbero cresciute le tettine”. Ti voglio bene anch’io, zia.
Ogni teenager senzatette è stata, almeno una volta, privilegiata destinataria dei preziosi suggerimenti degli improvvisati dottor Oz della situazione, custodi di una profonda verità di vita, esclusivamente dispensata a te, fortunata fanciulla: “ti svelo un segreto, se mangi un po’ di più e metti su qualche chilo, questi si distribuiranno anche sul seno! Provaci!!” , ignorando l’esistenza di un particolare fenomeno chiamato metabolismo veloce, di cui godono persone come la sottoscritta, che non igrasserebbero sensibilmente neppure ingerendo un frullato di adipe suino. Che mondo sarebbe senza di voi, sublimi detentori dell’episteme?

Giungiamo ora alla fase adulta (nel mio caso gioventù adulta), l’era della consapevolezza.
E’ qui che di norma la popolazione senzatette si scinde in due fazioni: coloro che optano per il bisturi e coloro che, invece, decidono di farsi amiche le proprie minute compagne di vita. La g.a.s. (giovane adulta senzatette) che opta per la seconda posizione è una donna fiera e indipendente, che non scambierebbe le proprie susine neanche con due meloni aggratis, che conosce e ama il proprio corpo e che ironizza sullo stesso, senza permettere a nessuno di sminuirlo. Ricordo che una volta un ragazzo, spesso scosso dall’impellenza di lanciare la“battuta svolta” del momento, si accostò a me con un sorriso da orecchio a orecchio gridando, affinchè tutti sentissero: “Oh Shi, perchè te metti il reggiseno, se poi non c’hai niente da mettece dentro? Ahahahahah”
-“Per la stessa ragione per cui tu indossi le mutande”, risposi sorridendo io. La folla circostante la prese con una certa ilarità, lui non particolarmente.
Anche il mondo dello showbiz pullula di fulgidi esempi di g.a.s.; la divina Natalie Portman, l’algida Diane Kruger, la splendida Sienna Miller, l’adorabile Emma Watson, solo per citarne alcune, ma soprattutto la sublime Keira Knightley, prova tangibile del fatto che si può essere all’apice della figaggine non solo senza tette, ma persino senza culo.

Al di là di tutto ciò, vi è comunque un ricorrente fattore con cui le giovani senzatette debbono sovente misurare la propria pazienza: i negozi di intimo. Sì, poichè anche chi non ha il seno ha qualcosa per reggerne i surrogati, anzi, spesso è proprio questa categoria a svaligiare gli Yamamay o Intimissimi della città, per una semplice ragione. Vi è un’ampia percentuale di senzatette che è solita applicare, consapevolmente o meno, quello che amo chiamare “contrappasso self-made”, filosofia che poggia su un semplice, saldo postulato: se ho poco seno, voglio tanti reggiseni. Ma a differenza di ciò che il 90% delle commesse e degli stilisti crede (tu per primo, fottutissimo signor Tezenis), non tutte le retromarce desiderano ostentare tre taglie in più, un po’ perchè c’è chi trova poco corretto nei confronti dei giovinuomini presentarsi come Pamela Anderson, per poi rivelarsi Kate Moss una volta giunti al dunque, un po’ poichè le stesse preferiscono mostrare una tavola da surf autentica, piuttosto che due palloni da beach volley in gommapiuma. 
Dunque, dopo aver inutilmente passato in rassegna le copiose prime antiproiettile che popolano le sezioni dell’edificio ed aver finalmente adocchiato l’unico e solitario esemplare onesto, la senzatette si reca presso la cassa, ben consapevole della proposta che la attenderà a breve: “lo vuoi un paio di pesciolini? Sono solo 3 euro in più, te li metto nella busta?”
- No guardi, può ficcarseli nel...contenitore. Grazie comunque.
- Sicura? Guarda che sono stati creati apposta per chi ha poco seno.

Il cervello invece è stato creato apposta per riflettere prima di aprir bocca; quello sì che andrebbe messo in vendita, da qualche parte.

- Lo so, ma va bene così, grazie.
- Sicura sicura? Guarda che può farti due seni così!

Nel frattempo tu mi hai fatto due palle così, ergo prima che cadano a terra e ti mandi in loro compagnia, ti consiglio di battere quel dannato scontrino.

- La ringrazio signora, ma va bene così.
- Ma...
- Ne ho già due a casa.

Lo spessore di queste minchiate, che spesso l’esasperazione ci conduce a proferire, è comunque inferiore rispetto a quello dei pesciolini che le gentili commesse sono sempre pronte a propinarci.

- Aaaah e dillo prima! Guarda, ti lascio anche un buono per uno sconto del 10% sulle imbottiture per costumi, solo che noi le abbiamo finite. Prova ad andare all’altra sede.

La mia risposta è di norma un “grazie, arrivederci”, ma spero che un giorno una mia fedele sorella, dalla pazienza assai più ridotta della mia, vi indichi espressamente dove dovreste provare ad andare voi.